giovedì 3 novembre 2011

Golosità punita

Più che la fame, potè il digiuno. Ma pure golosità e distrazione. Con sorpresa finale.

Di cosa si sta parlando? Di un prodotto acquistato nel mio viaggio nei Balcani che mi è costato un notte di salati affanni.

Sì perchè la pigrizia, e la passione per le pulizie, mi hanno impedito di fare la spesa nella certezza consumistica che "in casa c'è sempre qualcosa da mangiare". Vero. Così ieri sera mi ha conquistato un preparato per minestre comprato in un supermercato macedone. Una busta piccina con i disegni di carote, prezzemolo, patate e altri ortaggi. Sembrava una di quelle confezioni per crema di asparigi o similia pronta per l'uso con aggiunta d'acqua.

Già pregustavo la crema corposa e densa con pezzetti di vegetali misti ricostruiti in laboratorio, addizionata a Dio solo sa cosa e resa ancora più gustosa da esaltatori di sapidità di provenienza incerta, ma imperdibili.
Colesterolo commosso e cellulite in festa.

Ma il diavolo ci ha messo la coda. Così piazzato sul fuoco un pentolino in terraccotta, una strizzatina d'occhio alla tradizione contadina non fa mai male, ho preso la busta dalla dispensa, cercato le istruzioni per la preparazione in una lingua che non fosse, l'albanese, il serbo-croato, il russo o il greco, poi quando finalmente mi si è parata la scritta in inglese, ho visto che occorreva versarne un cucchiaio prima dell'ebollizione, girare con cura e aggiustare di sale.

Tutto qui? Sì.

Tuttavia a me sembrava poco densa e ho variato le proporzioni, ancora un cucchiaio e poi ho assaggiato la vellutata di vegetali misti.

Non l'avessi mai fatto! Mi è sembrato di affogare nel mar Morto tanto era salata, altro che aggiungerne ancora.  La lingua è diventata un insensibile pezzo di carne, un bruciore leggero si è propagato negli orifizi laringoiatrici senza soluzione di continutà corrodendo i seni paranasali, mentre una batteria di starnuti risuonava in cucina.

Ma dopo il panico, la razionalità e soprattuto la parsimonia hanno avuto il sopravvento, perciò ho allungato la paraminestra con due cubetti di spinaci surgelati. E ho continuato a girare. Ancora un po' d'acqua fredda e del grano mi hanno fatto raggiungere la soglia della commestibilità. E l'ho mangiata.

Il dopo è stato un viavai dalla camera da letto alla cucina a intervalli regolari di un'ora, per mezzo litro di acqua a volta. Dalla quarta si è aggiunta anche una visitina in bagno, tanto per riequilibrare il colmo idrico.

Il mattino mi ha sorpreso stanchissima e ancora assetata, mentre le reni minacciavano sciopero per il lavoro a cottimo. E lo specchio mi ha rimandato la faccia di una donna distrutta con gli occhi piccolissimi.  E di infilare le scarpette tacco 12 non se ne parlava neanche.

E non era ancora finita. In ufficio tutti mi hanno chiesto cosa mi fosse accaduto, una voleva addirittura chiamare l'ambulanza, poi mi ha suggerito più sommessamente un massaggiatore.

A raccontare l'esperienza all'urpista diligente, che parla cinque lingue, sono stata immediatamente schernita. "Non è che si trattava di un condimento e non di una minestra e dovevi metterne solo un cucchiaino?"  ha ipotizzato ridendosela alla grande.
Ho respinto con fermezza l'accusa certa del mio inglese livello base. Ma intanto il dubbio era stato instillato.

A casa ho riletto con cura le istruzioni con lente d'ingrandimento e come sempre l'urpista diligente aveva fatto centro. Aggiungere un teaspoon, unità di misura di origne anglossassone che significa un cucchiaino, cioè poco.

Insomma si trattava di un preparato da aggiungere alle pietanze per insaporirle. E per me l'esperienza è stata come magiare un dado per brodo come un cioccolatino. 
Mai più senza.