martedì 1 maggio 2012

La metro di Torino val bene una corsa

Poiché Hannibal, l'anticiclone africano che avrebbe dovuto portare caldo e sole su tutta l'Italia, come da programma ministeriale, si è fermato sulle Alpi, a Torino da giorni piove senza tregua. E della temperatura non ne parliamo proprio.

Così lasciata a riposo la mia bici, una fantastica Bottecchia con telaio da uomo, taglia 28 che grazie al mio femore posso cavalcare con disinvoltura anche nelle condizioni più avverse, ma i prodromi dell'alluvione non sono stati ancora affrontati e non avendo sottomano un mezzo anfibio dell'esercito, ho ripiegato sul trasporto pubblico.

Perciò, biglietto dell'autobus che faceva capolino dalla borsa,  aumentato a febbraio a 1 e mezzo - così potete usare le linee extraurbane e urbane con lo stesso "titolo di viaggio" per 90 minuti anziché 70 come prima - che Dio fulmini sindaco e tutto il consiglio di amministrazione della Gtt (Gruppo torinese trasporti), sono partita alla volta della tentacolare periferia torinese.

Ora noi a Torino abbiamo la metropolitana solo da 2006, l'anno delle olimpiadi invernali, mica dal secolo scorso, e non siamo mica tanto abituati, figurarsi io che marcio a piedi per tutta la città. E anche i torinesi mica la usano tanto, preferendo il trasporto su terra. Allora dai vertici di Gtt, per invogliare i torinesi, proverbialmente  abitudinari, ad usare la metro, hanno ridotto i percorsi di alcuni mezzi che incrociano la metropolitana. Perciò se vuole andare in centro da piazza Bengasi, uno deve saltare su un autobus, poi scendere sottoterra in una delle avveniristiche stazioni della metro, agguantare il convoglio a guida automatica, cioè senza conduttore, e risalire in superficie. E viceversa. Tutto entro 90 minuti.

Dunque ho pianificato la mia uscita al centesimo.
Sono andata al lavorare a piedi, sono uscita dall'ufficio, mi sono armata di biglietto, sono scesa nella stazione della metro, ho obliterato il titolo di viaggio, ho superato il tornello, ho controllato l'ora, ho preso la metro,  sono risalita in superficie, ho agguantato il pullman, ho letto sette pagine di Delitto e castigo di  Dostoevskij, sono scesa dall'autobus, ho fatto la commissione, ho di nuovo preso l'autobus nella direzione opposta, ho proseguito per sole tre pagine nella lettura di Delitto e castigo perché alcuni ragazzotti, evidentemente poco usi alla cultura, si spintonavano tra loro distogliendomi dall'amena lettura, sono scesa dal mezzo, ho di nuovo controllato l'ora e mi sono rallegrata per il timing perfetto: solo 46 minuti.

Quindi sono rientrata nella stazione della metro, ho di nuovo affrontato i tornelli che hanno magnificato una sonora X rossa al mio cospetto, risputando fuori il biglietto. Nessuna paura mi ha pervasa. Ho ricontrollato l'ora e, rassicurata,  ho reinfilato il biglietto dalla parte opposta. Stavolta me lo ha sequestrato con tanto di bip, perciò sono andata al citofono  customer service, ho chiamato l'addetto e ho presentato vibrata protesta.

L'uomo è arrivato e ha estratto il rettangolino di carta dalla timbratrice e me lo ha consegnato ammonendomi perché sulla metro il biglietto vale solo una corsa, non 90 minuti.  "C'è scritto sul retro"

Ah, non lo avevo letto.

Tuttavia ho manifestato il mio disappunto, poi ho solidarizzato con l'addetto che  non ne può niente, ho promesso lettere ai giornali, poi ho desistito ricordandomi quante risposte prestampate scrivo ai miei utenti, ho ipotizzato una class action, poi mi è tornato in mente che di aule di tribunali in questi ultimi anni ne ho già calcate abbastanza,  infine mi sono immaginata alla guida di un gruppo di cittadinanza attiva per il controllo dei servizi pubblici locali in stile britannico, poi ho lasciato perdere perché vivo in Italia e me sono tornata a casa con una combinazione di autobus e tram da far tremare i polsi al mobility manager della mia azienda. Ma con un solo biglietto.